Napoleone

 

Le omonimie causano spesso equivoci grotteschi. Per esempio, in Accademia, la figura di Napoleone era evocata sia nel solenne ed emozionante canto del Pompa (chi non ha avvertito un groppo in gola nel cantarlo ancora una volta al 40ennale?) sia nel modesto e sinistro antro del barbiere. Appena l’ aspirante-allievo metteva piede nei Palazzi, la visita a questo era d’ obbligo ancora prima che egli si trovasse le braccia cariche di quantità immense di capi di corredo e di sinossi. Saliti i tre scalini dal giardino Montecuccoli e varcata l’ angusta porticina (già si capiva dalle sue dimensioni quale dovesse essere la silhouette prevista per il frequentatore M1/A1), le due cose che si notavano per prime erano il sinistro ronzio delle macchinette ed il folto tappeto di capelli miseramente sparsi sul pavimento.

 

Un convincimento mai dimostrato ma vigorosamente condiviso vuole che l’ efficienza militare sia inversamente proporzionale alla lunghezza dei capelli del guerriero. A comprova, i suoi sostenitori più radicali citano quale esempio inconfutabile le figure dei grandi condottieri, pur se una letteratura denigratoria sostiene che la maggior parte di essi fosse semplicemente vittima di calvizie precoce o che i loro busti in marmo fossero stati prodotti economizzando sul materiale. Ad ulteriore disdoro, qualcuno afferma che la capacità operativa dell’ esercito tedesco subì una drastica flessione nei recenti anni ’70 quando (ma soprattutto perché) ai militari fu concesso di portare i capelli lunghi purché li raccogliessero in una reticella.

Fu forse il timore di una tragica vulnerabilità che portò i vertici a revocare rapidamente quella insana concessione, di cui da allora non si é sentito parlare mai più.

l capo assuntore dell’ Accademia - appunto, Napoleone (ma si chiamava davvero così?) - accoglieva l’ aspirante con un sorriso appena abbozzato ed un ’’buongiorno’’ sussurrato a fior di labbra, dando una sensazione di mitezza e comprensione che i fatti presto avrebbero smentito. L’ aspirante si sedeva sulla poltroncina e, ben conscio di mettersi inutilmente in ridicolo, lo implorava comunque a mezza voce di non tagliare troppo a fondo. E’ vero che in quegli anni la mentalità benpensante non concepiva che la moda giovane permettesse di portare i capelli lunghi fino alle spalle; questa devianza era riconosciuta solo ai sospettabili gruppi musicali pop in voga all’ epoca (i cui costumi nulla avevano da spartire con quelli dei bravi ragazzi di buona famiglia) ed ai loro più affascinati e, quindi ancora più sospettabili, ammiratori. Inoltre, è vero che tutti gli aspiranti - come se un messaggio misterioso avesse raggiunto in tutto il Paese centinaia di giovani inconsapevoli del prossimo destino comune - si presentarono in Accademia con il taglio fresco e più deciso del solito eseguito dal barbiere di fiducia. Tuttavia, anche le più incisive misure adottate prima della partenza si rivelavano pateticamente inadeguate all’ ’’hairstyle’’ previsto dall’ Istituto. Napoleone ed i suoi colonnelli davano allora di piglio alle famose macchinette e, partendo dalla nuca, cominciavano a salire brutalmente come se non fossero interessati ad altro che lo scalpo. Le ciocche scendevano copiose e lievi come fiocchi di neve, diventando via via valanga ed accumulandosi sul pavimento talché, alla fine della giornata, il loro spessore arrivava alle ginocchia.

 

Il comandante di plotone vigilava imperscrutabile ma era chiaro che provava un perfido compiacimento. A sua volta, lo smarrito aspirante osservava di sottecchi questo perfetto sconosciuto e si rendeva confusamente conto che da lì all’eternità ogni suo pensiero, parola, opera ed omissione avrebbe visto il Tenente quale ineludibile giudice del bene e del male.

 

Per inciso va detto che l’ inclinazione al riscatto innata nella nostra gente, sottomessa per secoli da dominazioni che l’ angariavano in punta di lancia, portava anche l’ aspirante a raccogliere fin dall’ inizio la sfida ed osare la riscossa nei confronti del cerbero a due stellette. Esempio ne è un gruppetto di alcuni allievi che - tenuti d’ occhio con particolare attenzione essendone nota la tendenza a cercare costantemente spazi personalizzati nelle pieghe delle regole - pensò di poterla fare in barba al Braccio Secolare e si rifugiò una mattina nel magazzino in fondo alle camerate, accanto ai bagni, per appollaiarsi su un cumulo di materassi e godere uno sprazzo di riposo clandestino. Il Tenente impiegò pochi minuti per andare a colpo sicuro ed essi, sentendosi braccati, scivolarono come fette di prosciutto in un toast fra gli strati di materassi impilati. Al comandante di plotone, reso astuto da un paio d’ anni passati brillantemente alla Frontiera Orientale, fu facile snidare il primo e poi tutti gli altri - come le briciole di pane di Pollicino - per amministrare infine solenne giustizia. Ma questa è un’ altra storia.

La visita al barbiere, anche pluri-settimanale per i più favoriti da madre natura, costituiva il primo passo per aspirare alla libera uscita. Gli interessati correvano come ghepardi approfittando di un brevissimo intervallo, imploravano la precedenza da chi era già in attesa, si appollaiavano sulla poltroncina addentando nel frattempo il famoso panino con la mortadella (e peli) ed uscivano altrettanto di corsa lasciando una scia odorosa di borotalco. La certezza del dovere compiuto rasserenava il loro animo, anche se le ulteriori insidie della polvere sul chepì o sull’ uniforme, delle scarpe sporche, della barba non perfettamente rasata e di altro ancora rendevano fosco l’ orizzonte.

 

Dopo due anni di cranio quasi pelato giunse il sospirato trasferimento a Torino. Le aspettative paradisiache che ognuno aveva riversato sulla ’’fase due’’ del ciclo formativo almeno sotto l’ aspetto tricotico non furono vanificate e fu così che, grazie alla tolleranza di qualche millimetro in più, si riuscì finalmente a riconoscere allo specchio il quasi dimenticato colore della propria chioma.