Mezzogiorno di fuoco.

 

Che fosse realmente mezzogiorno o qualunque altra ora, i cavalli percepivano l’ arrivo del Capo-Istruttore di equitazione nel momento stesso in cui egli si alzava dal letto e decideva che quel giorno avrebbe diretto di persona la ripresa. I quadrupedi si innervosivano in un crescendo rossiniano di parossismo e quando la sua figura compariva finalmente sulla porticina di accesso al maneggio, il rodeo iniziava. Egli, impaludato in un pastrano di castorino lungo fin oltre gli speroni (qualcuno giura che avesse anche lo strascico) e con il viso coperto pressoché per intero dalla enorme visiera quasi verticale, si piazzava segaligno al centro del maneggio e saettava con occhi (che si ipotizzano) fiammeggianti le creature a sei gambe che gli giravano intorno.

Si verificava allora un fenomeno che non ha uguali: quanto più le pupille dei cavalli si dilatavano per il terrore, tanto più - per lo stesso motivo - agli allievi si rinserravano tutti i possibili orifizi. Nel lodevole intento di addestrare gli allievi, il Capo-Istruttore sapeva di poter contare sull’ innata capacità didattica dei cavalli e, per stimolarli, cominciava a scagliare addosso a loro qualunque oggetto gli fosse a portata di mano anche se la sua preferenza andava ai pilieri.

 

Chi pensasse che un attimo prima la bolgia fosse già a pieno regime, non aveva ancora visto il resto. I cavalli cominciavano a scartare, ad impennarsi, a correre all’ impazzata di qua e di là rimpiangendo loro per primi di non essere nati gatti e concludevano disarcionando gli allievi in mezzo a cumuli di pula odorosa di cuoio antico. L’ onore imponeva di rimontare subito in sella con spregiudicata noncuranza ma se questa operazione era già difficile all’ inizio dell’ ora con tutto l’ aiuto del palafreniere, farlo in quelle condizioni era una vera e propria avventura. Le tante ed eccelse qualità del Capo-Istruttore ne avevano relegato la bonarietà ben lontana dai primi posti e la sua veemenza nell’ incitare l’ allievo atterrato (che non aveva diritto al proprio nome ma veniva identificato come appendice e col nome del suo cavallo) rendeva la vicenda ancora meno godibile.

Dopo ripetute manovre l’ allievo riusciva finalmente a rimontare e, sputando pula come un masticatore di tabacco, si metteva di nuovo in pista alla mercè del suo destino. Se è pur vero che questi episodi truculenti riguardavano la massa degli allievi e non quei pochi - antipaticissimi - che a cavallo sembravano nati, si rischiò comunque che amicizie già consolidate rischiassero di sfociare in propositi sanguinari quando i molti sbalzati sistematicamente di sella vedevano pochi caracollare con eleganza grazie ad un talento naturale od a precedenti esperienze (in realtà, i primi giuravano che i cavalli dei secondi erano drogati con sedativi).

 

Indurre il cavallo ad ’’entrare negli angoli’’, a ’’trottare raccorciato’’ od a ’’tagliare in diagonale’’ era un’ impresa che riusciva per lo più quando il quadrupede, per motivi ignoti, si asteneva per un po’ dalle sue ordinarie perfidie. E, di, queste, la memoria è zeppa. Ci fu chi, mentre regolava la staffa, non si accorse che il cavallo stava lentamente mettendo un anteriore sul suo piede; dopo il suo primo urlo di dolore, se ne udì subito un altro per il morso che l’ animale gli aveva assestato sulla natica dopo averlo reso forzatamente immobile.

Un altro cavallo, al trotto di scuola, finse di entrare disciplinatamente nell’ angolo ma all’ improvviso e con perfetto sincronismo si piantò, divaricò gli anteriori, chinò la testa, inarcò il dorso e spedì l’ allievo contro il muro di fondo del maneggio. Questi scivolò lungo la parete a braccia e gambe spalancate come Gatto Silvestro in un cartone animato ed, a parte una serie di incrinature e qualche giorno di coma leggero, non subì conseguenze serie. Un terzo (ma non fu sicuramente l’ unico) sfidò l’ allievo che insisteva nel volerlo fare avanzare; a nulla valsero le incitazioni, i comandi alla mano, le strette con le gambe, i colpi di tallone, le imprecazioni più infamanti lanciate sena risparmio ed anche i commenti coloriti e mortificanti dell’ istruttore del momento. Solido nelle sue convinzioni il cavallo lasciò fare fino ad un certo punto e poi, con eleganza fulminea, sgroppò l’ allievo e si rimise a pensare ai fatti suoi.

 

Ad onore del vero ci fu chi riscosse brillanti successi e proseguì nelle riprese speciali del secondo anno e della Scuola d’ Applicazione. Inoltre, qualcuno si scoprì attirato da una passione che perdura tutt’ oggi ed è del nostro corso (si riconoscerà leggendo) l’ unico Generale dell’ Esercito che nel 2007 monti ancora regolarmente. Per la massa, la gioia provata nell’ attaccare gli speroni al chiodo fu seconda solo a quella di un 18-e-palla in meccanica.

 

Asfodelo, Bientina, Dorico, Daduzzo, Girlando, Ugento e tutti gli altri: dovunque siate finiti (spezzatino compreso), la pace sia con voi.